Venezia: Polanski fa strage di ipocrisia

Presentato in concorso alla 68esima Mostra del cinema, il film del maestro mette in scena la disgregazione del tessuto sociale e delle sue convenzioni servendosi di quattro attori straordinari.

Festival Laura Croce — 05/09/2011
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Una dimostrazione di rispetto e amore per il cinema da parte del festival di Venezia e della stampa presente, è stata la sobrietà con cui è stato accolto il bel film di Roman Polanski, 'Carnage', tratto da una pièce teatrale di Yasmina Reza, anche sceneggiatrice del film insieme al regista. Poche le polemiche sollevate a livello mediatico dai problemi giudiziari del Maestro, che gli hanno anche impedito di presenziare al Lido. In sua vece, tre degli esponenti del meraviglioso cast messo insieme per raccontare un dramma da camera dai contorni grotteschi e tragicomici. Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly e Jodie Foster sono infatti due coppie di genitori di estrazione borghese rispettivamente alta e medio-alta, costretti a convivere per un'ora e mezza a causa di una banale bega tra i loro figli quasi adolescenti, destinata però a trasformarsi in un'esplosione di tutti gli istinti più rozzi e politicamente scorretti che covano sotto l'ipocrita convivenza sociale.

Un film difficilmente classificabile, quello costruito da Polanski a partire da una meravigliosa sequenza iniziale, che ritrae da lontano un gruppetto di ragazzi  intenti a giocare con un crescendo incalzante di musica. È  il preludio, il casus belli: uno di loro ferisce deliberatamente un compagno con un ramo,  innescando la dinamica degenerativa che porterà al crollo di tutte le maschere e i perbenismi che permeano l'esistenza dei loro genitori. Chiusi per un'ora e mezzo all'interno di un appartamento, che costituisce l'unico spazio scenico del racconto fatta eccezione per la sequenza iniziale e di chiusura, i quattro faranno emergere tutto il peggio di se stessi, diventando l'agile strumento nelle mani del regista per scagliarsi contro l'ipocrisia e i paletti di cui si fregiano le cosiddette società civili per sfuggire al tabù delle pulsioni più selvagge dell'essere umano. 



Un'ironia sferzante e allo stesso tempo goliardica che, mettendo in scena l'esplosione di tutte le regole d'oro del politically correct, costruisce una valvola di sfogo irresistibile, per quanto fondamentalmente pessimistica e un po' amara. Ma a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare da un autore così cupo come Polanski, non manca uno spiraglio di speranza, costituito dalla scena finale in cui si vedono i due ragazzi che giocano insieme nello stesso parco, completamente riappacificati, e in cui si sceglie un percorso completamente diverso rispetto all'epilogo del libro. Un'apertura di fiducia nei confronti delle nuove generazioni o l'ennesima 'carneficina' (come recita il titolo del film) operata contro l'insensatezza dei dogmi di buon vicinato e delle regole che impongono agli adulti di mascherare i loro istinti per incastrarsi in finte gentilezze e in sorrisi a mezza bocca? 



Al di là di quale sia la risposta, rimane l'incredibile abilità del regista nel costruire a livello visivo i propri film e a sfruttare i propri attori. Oltre alla pazzesca sequenza iniziale - un inatteso e magnifico balzo indietro alle atmosfere tese e ricche di suspense degli anni '70 - 'Carange' stupisce per la capacità di sfruttare lo spazio in modo al contempo teatrale ma estremamente cinematografico, con la macchina da presa intenta a giocare con piani ed attori mettendo in risalto alcuni dettagli capaci di raccogliere l'intero senso di una scena. Al di là delle polemiche e dei giudizi morali, Polanski  è e rimane un Maestro, e non c'è alcun dubbio sull'esattezza dell'intuizione che ha portato Venezia ad averlo in concorso.