Venezia: la sala come centro nevralgico del cinema italiano

Le criticità legate all'esercizio e alla conversione delle sale al digitale sono il leit motiv degli incontri dedicati agli operatori del settore ospitati da Digital Expo, il lato 'industry' della Mostra d'arte cinematografica del Lido.

Cronaca Cinema Laura Croce — 06/09/2011

Il festival di Venezia non è solo star e red carpet, ma anche un importante momento di confronto tra gli operatori del settore per discutere i principali temi nell'agenda del mercato e dell'industria cinematografica. E per quanto riguarda questa 68esima edizione della Mostra, non c'è dubbio quale sia stato il fil rouge degli incontri e dei convegni che hanno animato il lato 'industry' della kermesse: al centro di ogni dibattito c'è stato infatti l'esercizio, soprattutto quello di piccole dimensioni, e la sua lotta per la sopravvivenza alla transizione al digitale e al proliferare dei multiplex.

I dati, presentati durante l'incontro organizzato dall'Associazione generale italiana dello spettacolo (Agis) dal titolo 'Il cinema è la sala', parlano chiaro: 550 complessi chiusi in sei anni, pari a 663 schermi, una vera e propria 'ricomposizione morfologica' che ha fatto scendere l'incidenza dei cinema monosala al 17 per cento rispetto al totale, e che rischia di diventare ancora più radicale in mancanza di regole certe per lo switch off digitale. A questo si aggiungono poi altri fattori strutturali come la ragione sociale dei soggetti operanti nel settore, principalmente società di persone e ditte individuali, le disparità nella distribuzione territoriale decisamente sbilanciata a Nord e i bassi livelli di fatturazione. Anche nel campo del digitale, dove comunque dal 2006 al 2010 l'adeguamento tecnologico ha coinvolto circa 800 schermi, non sembra esserci ancora paragone con i competitor europei.

Ma perché sostenere in modo così strenuo un modello di esercizio che - come ha sottolineato il patron di Lucky Red Andrea Occhipinti - sembra destinato a perire per gli altissimi costi, uniti a una gestione del rischio pressoché imprevedibile e non pianificabile? Secondo Paolo Protti, presidente di Agis e Anec, "non è una semplice difesa d'ufficio. Non si può pensare a un mercato con più schermi senza mantenere in vita quelli che già esistono e che rappresentano una precisa fascia di pubblico". Basta il confronto con la realtà della Francia, che per struttura demografica costituisce un mercato simile al nostro: nonostante il boom della commedia abbia fatto lievitare gli incassi, portando la quota di prodotto nazionale a più del 40 per cento, in Italia difficilmente riusciamo a sfondare la soglia dei 100mila biglietti venduti, mentre nel Paese d'Oltralpe sono più del doppio.

Per usare la metafora ripresa appena ieri da Riccardo Tozzi, presidente dell'Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive multimediali (Anica), la nostra fetta di torta ha già raggiunto la massima estensione possibile, per cui se si vuole ingrandirla bisognerà prima pensare a far crescere la torta stessa del consumo di cinema. Da questo punto di vista non sembrano certo mancare i margini. Stando a uno studio condotto dal Professor Gianni Celata dell'Università La Sapienza di Roma, esiste una fascia di pubblico, quella degli over 44, che nonostante risulti maggioritaria dal punto di vista demografico, realizza solo 1/3 degli incassi registrati al botteghino, per lo più appannaggio di adolescenti e giovani adulti. La popolazione sopra i 40 anni costituisce perciò un target di mercato che non ha ancora espresso tutte le proprie potenzialità, forse anche perché la sua fruizione di cinema si concentra principalmente nei centri urbani, dove si registra la principale emorragia di sale.

Recuperare pubblico incentivando la ristrutturazione e l'imprenditorialità dei piccoli esercenti è dunque il primo passo per allargare la famosa torta, e gli interventi atti a raggiungere questo risultato vanno dall'eliminazione di balzelli fiscali legati alla Tarsu o ai diritti pagati per la musica che si sente dentro i film, fino agli incentivi per la conversione al digitale: un appuntamento che assomiglia a un vero e proprio switch off, dato che molte distribuzioni pianificano di abbandonare presto la pellicola per abbattere i costi. e proprio questa nuova tecnologia è stata non a caso al centro dell'incontro organizzato a Venezia da Microcinema, primo network italiano di distribuzione di film e contenuti digitali, in cui si sono messe in evidenza le criticità legate alla conversione dei cinema monosala o delle sale d'essay.

Questi soggetti, infatti, a causa delle loro limitate possibilità di tenere a lungo in programmazione un titolo sul loro unico schermo, non hanno chance di accedere al virtual print fee, vale a dire quel meccanismo che consente di far acquistare il proiettore digitale al distributore e agli esercenti di 'affittarlo' da lui ripagandolo nel tempo, né tanto meno agli sgravi fiscali previsti dalla normativa italiana. I piccoli esercenti non hanno debiti sufficienti con l'erario per 'incassare' materialmente il credito d'imposta, il che in pratica li esclude dal solo incentivo alla digitalizzazione offerto a livello statale. 

E su questo nodo irrisolto si è espresso proprio Nicola Borrelli, direttore generale cinema del Mibac, assicurando che il tema è in cima all'agenda del ministero: "Abbiamo coinvolto l'Agenzia delle Entrate  per una prima soluzione amministrativa, ma probabilmente bisognerà intervenire a livello normativo per consentire la cessione del credito di imposta al fornitore delle apparecchiature, ovvero a intermediari bancari come è già successo per altri tipi di agevolazioni. Un'altra possibilità è quella di coinvolgere le finanziare regionali, e sarà fondamentale inoltre consolidare il rapporto con le regioni, anche se si tratta di confrontarsi con 20 realtà molto diverse tra loro. Numerose regioni non hanno ancora previsto alcuna misura, mentre la Lombardia è già al terzo bando per la digitalizzazione, e con la Sicilia stiamo lavorando per utilizzare a tale scopo i fondi strutturali della Ue".