'L'alba del Pianeta delle Scimmie' e il tramonto della Guerra Fredda

Dagli anni '60 all'epoca post-Torri Gemelle: ecco come cambia l'immaginario di un grande film di fantascienza e sci-fi nell'era della globalizzazione, della motion capture e della paura del contagio.

Cinema: Recensioni Laura Croce — 23/09/2011
Titolo: 'L'alba del pianeta delle scimmie', una scena del film
Fonte: Immagine dal web

Con quattro sequel, un remake e perfino una grottesca citazione in 'Fantozzi alla riscossa', sembrava che la celebre saga cinematografica del 'Pianeta delle scimmie' fosse stata sufficientemente esplorata in tutte le sue possibili accezioni. E invece la potente major hollywoodiana 20th Century Fox non ha saputo resistere alla tentazione di rimettere mano al capolavoro con una nuova versione, un prequel intitolato 'L'alba del Pianeta delle Scimmie', che in teoria dovrebbe precedere il classico del '68 con Charlton Heston (tratto dall'omonimo romanzo del francese Pierre Boulle), ma che in pratica elimina molti degli episodi già esistenti, interrompendo quella consecutio temporum (o continuity, in linguaggio fumettisitco) su cui bene o male si basava tutta la serie di film realizzati tra gli anni '70 e '90.

Se viaggi temporali, profezie auto-avverantesi e soprattutto guerre nucleari erano il motore di gustosissime storie di serie B (come quelle di 'L'altra faccia del pianeta delle scimmie', 'Fuga dal pianeta delle scimmie', 'Conquista della Terra' e  'Anno 2670 - Ultimo atto'), quest'ultima rivisitazione della saga riduce la complessità ai minimi termini, tra l'altro con l'aggiunta di  qualche bega bioetica dai risvolti non proprio avanguardistici. Protagonista del film è infatti uno scienziato che sperimenta sui primati un farmaco per guarire l'Alzheimer, terribile malattia neurodegenerativa di cui è affetto il suo stesso padre. 

Gli animali però, si sa, sono imprevedibili, e così il suo intelligentissimo scimpanzé Cesare, che ha accudito per anni come un figlio, finisce per soccombere al richiamo della natura e per organizzare una rivolta di massa di tutte le scimmie recluse della città di San Francisco, dando luogo al primo nucleo di quella che presto diventerà la razza dominante sul pianeta grazie al diffondersi di un virus capace di sterminare il genere umano. Neanche a dirlo, l'apocalisse arriva per mezzo dello stesso farmaco nato per combattere l'Alzheimer, in un tripudio di angoscia e sospetto verso la scienza e la volontà dell'uomo di sfidare i capricci del mondo naturale.  


[Una scena del film]

Il personaggio dello scimpanzé ribelle, Cesare, subisce dunque un cambiamento radicale rispetto a come era stato descritto e concepito negli ultimi capitoli della saga originale. Non è più il figlio di una scimmia superevoluta proveniente dal futuro (anzi, della scimmia per eccellenza, vale a dire quella dottoressa Zira protagonista del celeberrimo bacio con Charlton Heston nel primo film), ma il frutto della ricerca e dell'ingegno umano, che cercando di preservare se stesso finisce per distruggersi insieme a tutto il resto del pianeta. Un punto di vista quasi degno del creazionismo e, più in generale, indice di un certo conservatorismo di fondo che permea tutta 'L'alba del pianeta delle scimmie' e lo rende molto meno attraente dei precedenti.

Epidemie a macchia d'olio, terrore del contagio, specie considerate inferiori che prendono il sopravvento, l'impossibilità di accogliere fino il fondo il diverso e la sua alterità: tutti questi finiscono per diventare i pilastri di un'opera che invece discende da un film in cui si sottolineava la necessità di superare le divisioni tra i popoli e, perché no, tra le varie specie animali. 

Per fortuna, dove non può l'arte può la tecnologia, e così a salvare il film in corner interviene un lavoro sugli effetti speciali che ha dell'impressionante. Si tratta, come ormai d'abitudine, della motion capture, processo che consente cioè di rilevare tutti i movimenti di un attore sul set per rielaborarli attraverso la computer grafica e dare così un aspetto del tutto diverso al personaggio. Niente di diverso da 'Avatar', insomma, tranne che per la decisione di girare tutto in veri esterni anziché in un ambiente completamente virtuale. La vera rivoluzione sta nell'incredibile espressività donata al personaggio di Cesare, perfetta scimmia e al tempo stesso perfetto essere umano, con movimenti e inquadrature curate in ogni dettaglio. Merito anche dell'ormai collaudata maestria di Andy Serkis, già Gollum de 'Il Signore degli Anelli' e mostruoso orango gigante nel 'King Kong' di  Peter Jackson, per cui molto a suo agio nell'interpretazione di un primate, sospeso tra l'affetto per gli uomini che lo hanno cresciuto e questa Natura potentissima contro cui, sembrerebbe suggerire il film, nessuno può azzardarsi a opporre resistenza.

Peccato che, almeno sul piano visivo, la partita si giochi a parti completamente invertite. Di fronte all'inespressività di Ferida Pinto e all'evidente difficoltà di James Franco a muoversi in questo contesto sci-fi vagamente fantasy, non si esita proprio a tirare le somme: computer batte realtà su tutta la linea, e con ampio stacco, dimostrando come non sempre le nuove frontiere del cinema conducono all'apocalisse dell'arte.