Fondi sovrani, i nuovi protagonisti della finanza globale

Secondo il prof. Bernardo Bortolotti, questi strumenti monetari gestiscono 2.700 mld di dollari, ma nonostante la crescita, finora non hanno creato valore. "La sfida è economica e al tempo stesso politica, su questa si gioca il futuro dei fondi"

Banche, Investimenti Redazione — 21/11/2011
Fonte: Immagine dal web

I fondi sovrani[1] sono i nuovi protagonisti della finanza globale. Secondo le stime, oggi gestiscono un patrimonio di oltre 2.700 miliardi di dollari, in forte crescita rispetto ai trend di altri investitori istituzionali, quali i fondi pensione, i fondi comuni o gli 'hedge funds' (i fondi speculativi), e che potrebbe superare i 7mila miliardi nel 2017. Ma la crescita dei fondi sovrani non interessa solo il mondo della finanza: in realtà, essi sono un segnale anticipatore di una grande riallocazione del potere economico globale verso i paesi emergenti che in termini di dimensione, velocità e flussi direzionali non ha precedenti nella storia economica recente.

I dati mostrano chiaramente la crescita impetuosa dei fondi sovrani nel corso degli ultimi 10 anni. Si è passati da un controvalore di poco meno di 4 miliardi di dollari nel 2000 fino ai 52 miliardi registrati nel 2010, grazie soprattutto alle operazioni dei fondi del Golfo, che rappresentano circa la metà del valore totale. Ad alimentare l’investimento ha contribuito l'accumulazione delle riserve valutarie, che nel 2010 hanno superato i 9mila miliardi di dollari, e le opportunità emerse nel settore bancario americano durante la crisi. Il settore fino al 2008 ha infatti attratto circa 90 miliardi di dollari di investimento dei fondi sovrani.

Al di là dei dati, è interessante notare che la crisi finanziaria ha cambiato l'atteggiamento del mondo occidentale verso i fondi sovrani. Inizialmente dipinti dai media come i nuovi "barbarians at the gate" intenzionati a scalare in maniera ostile i baluardi del capitalismo occidentale, sono poi stati acclamati come "cavalieri bianchi" di Wall Street appena hanno cominciato a offrire capitali freschi e liquidità alle grandi banche nella fase più grave della crisi. L'entusiasmo non è durato a lungo, perché a cavallo della crisi i fondi sovrani, avendo subito forti perdite, hanno ridotto il volume degli investimenti soprattutto negli Usa e contestualmente modificato l'allocazione settoriale e internazionale. Nel 2009 e 2010 si registra una riduzione significativa dei 'deals' (degli affari) nel settore finanziario, a favore di un ventaglio più diversificato di comparti fra cui spiccano l'energia, le risorse naturali, l'ingegneria e l'high tech.
 
La crisi ha anche modificato il profilo internazionale dell'investimento sovrano. Negli anni più recenti, si è accentuata la preferenza verso i mercati europei, che oggi pesano sull'intero portafoglio delle transazioni per il 30% del totale. I fondi sovrani hanno anche allargato il loro campo di azione e diversificato in America Latina, Africa Sub-Sahariana e in Asia, senza mai smettere per sostenere le economie nazionali durante la crisi.

I dati evidenziano in modo inequivocabile la rilevanza presente e futura dei fondi sovrani nell'economia e nel sistema finanziario globale, ma non devono offuscare il vero elemento di discontinuità di questo fenomeno, cioè come questo prefiguri un ritorno prepotente e su scala globale del capitalismo di stato, dopo la grande ondata delle privatizzazioni di fine secolo. Quali saranno i rischi e le opportunità di questa sfida lanciata dai paesi emergenti alla logica stessa del capitalismo occidentale, fortemente ancorato almeno nei principi se non nella pratica al libero mercato e all'iniziativa privata? Sapranno i nuovi azionisti sovrani creare valore e garantire la crescita?
 
Il quadro che emerge è piuttosto negativo: gli investimenti sovrani finora non hanno creato valore, anzi: nei due anni successivi all’acquisizione di un fondo sovrano, il titolo della società target perde in media dal 6 al 10% sui peers. Inoltre, la performance risulta tanto più negativa, quanto maggiore è la partecipazione acquisita, e se il fondo ha un rappresentante nel board. I risultati ottenuti suffragano l'ipotesi del fondo sovrano come azionista di minoranza rilevante ma spesso passivo e riluttante a controllare il management della società ospite. La questione fondamentale sarà capire se, quando e come i fondi sovrani decideranno di giocare un ruolo più attivo nella corporate governance. La sfida è economica e al tempo politica, e su questa si gioca il futuro dei fondi sovrani.


Articolo scritto da Bernardo Bortolotti, professore associato all'Università di Torino e direttore del Sovereign investment lab del Centro Paolo Baffi della Bocconi

NOTE
[1]
Sono denominati fondi sovrani alcuni speciali veicoli di investimento pubblici controllati direttamente dai governi dei relativi paesi, che vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, immobili) e altre attività i surplus fiscali o le riserve di valuta estera (Wikipedia).