INTERVISTA - Michel Gondry: "Adoro l'idea che le cose siano più vive delle persone"

Con Mood Indigo, tratto dal libro di Boris Vian, il regista francese ritrova le sue radici visionarie. "Ho inventato molti oggetti - dice - servendomi della mia immaginazione come in una sorta di caos controllato per dar vita a un universo coerente"

Cinema: Protagonisti Redazione/TB — 11/09/2013
Titolo: Il regista francese Michel Gondry


Quando era piccolo diceva sempre che da grande avrebbe fatto l'inventore. Oggi, a cinquant'anni suonati Michel Gondry ha ampiamente realizzato il suo sogno, anche se sul grande schermo. La sua ultima pellicola, infatti, 'Mood Indigo' tratta da un classico della letteratura francese 'La schiuma dei giorni' (titolo originale 'L'Écume des Jours') di Boris Vian, è un autentico tripudio di invenzioni bizzarre e surreali che popolano la vita del protagonista: topi parlanti in miniatura, cuochi che appaiono da frigoriferi e tv, anguille che scappano dai rubinetti, pianocktail (che crea bevande a seconda della melodia suonata con la tastiera), agende a forma di cubo di Rubik, balli Sbircia-Sbircia, scarpe che camminano da sole, strette di mano roteanti, matrimoni con "sfida" su macchinine che sembrano di cartone e tante altre diavolerie ancora degne di un vero e proprio Luna Park.

Una pellicola che si trasforma in una estremizzazione dello spirito giocoso di Gondry che nella sua carriera ha saputo passare dall'amore per la musica ereditato dal padre (il regista è stato per anni il batterista della band francese Oui Oui), a quello per il cinema. Il tutto seguendo la sua personalissima interpretazione surreale e visionaria guidata da un animo da eterno Peter Pan che ogni tanto, va detto, sconfina nell'eccessivo. Così, in questa intervista Michel Gondry, "il quarantenne con la faccia da bambino", come viene scherzosamente chiamato, parla ampiamente del progetto 'Mood Indigo' dal libro al film, dagli effetti speciali alle loro realizzazione:

Quando ha letto per la prima volta 'L'Écume des jours', il libro su cui è basato il suo film?
"Da adolescente. Prima lo lesse mio fratello maggiore, e lo consigliò a noi fratelli più piccoli. Non so esprimere con esattezza le mie impressioni a quella prima lettura, perché è difficile distinguere la realtà da quanto ricostruisce la nostra memoria. Restano due cose, un'immagine: il massacro sulla pista da pattinaggio (un passaggio del libro, ndr), e la sensazione che il libro appartenesse a una tradizione di romanzi d'amore incentrati sulla perdita della persona amata. E poi un film che ebbi occasione di vedere molto prima di diventare regista, in cui il colore sfuma gradualmente nel bianco e nero. Lessi 'L'Écume des Jours' altre due o tre volte in seguito, prima di pensare di farne un film".



Vi sono stati altri aspetti di Boris Vian che si siano manifestati nelle sue opere prima di 'Mood Indigo'?
"Ha sicuramente influenzato il mio lavoro musicale con Björk (cantante e compositrice islandese cui Gondry curava i video, ndr), in particolare un progetto di video musicale che poi non fu realizzato, ma nel quale gli oggetti erano come animali. L'idea che le cose siano più vive delle persone mi è congeniale. Quand'ero bambino, spesso scambiavo gli oggetti per persone, talvolta fino al punto di credere che si fossero coalizzati contro di me. Credo di avere apprezzato questi elementi durante la lettura di Boris Vian, e quando Björk mi spinse ad esplorare i recessi della mia mente, quanto avevo assorbito è riemerso. A questo vanno aggiunti i film di animazione che ho visto: ricordo un breve film di Charley Bowers, forse degli Anni Venti, in cui delle uova si schiudevano facendo uscire delle automobiline che si mettevano in fila sotto il cofano di un'automobile più grande".

Come definirebbe l'universo visivo del film?
"La mia prima reazione fu quella di seguire le immagini che ancora mi restano dalla prima lettura del libro, proprio come di solito diamo importanza alla prima impressione che abbiamo quando conosciamo qualcuno. Questa prima impressione è stata, per così dire, la base su cui ho potuto innestare il resto. Ma non potevo immaginare tutto l'universo. Dovevo cogliere singolarmente ogni dettaglio, inventare un gran numero di oggetti e servirmi della mia immaginazione come in una sorta di caos controllato, sperando che il lavoro nel suo insieme avrebbe prodotto un universo coerente. In un certo senso, la rappresentazione del cibo che Nicolas serve a Colin e Chick rappresentava un buon punto di partenza. Le soluzioni che trovai insieme allo scenografo Stéphane Rozenbaum influenzarono successivamente il resto del film".

In che modo?
"Ad esempio i personaggi mangiano molta carne, anche selvaggina. Io sono vegetariano da quando avevo 12 anni, per cui la cosa non mi piaceva granché. Con Rozenbaum studiammo quindi le illustrazioni sui libri di Jules Gouffé fino a trovare alcune bellissime immagini che avevano l'aspetto di foto ritoccate. Dissi a Stéphane di fotografare dei polli e poi di trasformarli in qualcos'altro - tessuti, lana - per poi fotografare di nuovo il tutto. Queste brevi animazioni a ripresa statica utilizzate nel film contribuiscono a creare la giusta atmosfera".

E il Biglemoi, o danza Stringi-Stringi che il protagonista Colin balla con la sua Cloé?
"Da tanto tempo avevo in mente questa idea, che avevo pensato di utilizzare per un video dei White Stripes, ovvero collegare il piede di un ballerino con quello della sua partner, o viceversa. Alla fine optammo per una soluzione più semplice in cui i ballerini non controllano le proprie gambe. Per qualche momento pensai addirittura di fare come se fosse la musica stessa a far muovere il corpo. Mi faceva pensare a quelle animazioni musicali di Disney negli Anni Trenta, alla musica di una grande orchestra. Le chiamavano Silly Symphonies e gli animatori utilizzavano dei loop che ripetevano i movimenti dei personaggi all'infinito, facendoli sembrare degli incubi".

L'abbondanza di effetti speciali ha reso difficoltoso girare il film, anche se sono per la maggior parte meccanici più che digitali?
"Sì. È più complicato quando si gira con la tecnica del green screen. Però siamo stati piuttosto fortunati a riuscire a girare le scene nell'appartamento di Colin in ordine cronologico, iniziando dalla scena del funerale. È sempre difficile terminare una ripresa con il finale. Ognuno ha la propria versione ed è troppo stressante. Il grosso problema è che Boris Vian appartiene a tutti. Ognuno ha la propria versione della storia, inclusa la troupe. Tutti vogliono metterci un proprio tocco personale, il che è un'ottima cosa, ma spesso e volentieri è eccessivo. E questo accade prima di iniziare a considerare la propria responsabilità verso il pubblico. Ricordo quanto mi disse Agnès Varda: 'Spero che ne farai un buon film perché noi tutti amiamo quel libro'".