INTERVISTA - Sofia Coppola, 'Bling Ring' e gli eccessi della cultura pop da reality show

A Roma per presentare il suo nuovo film la regista parla dei giovani americani di oggi: "Dal 2008 epoca dei fatti il successo dei reality e l'ossessione per le celebrities sono molto cresciute. Staremo a vedere se andranno avanti o ci sarà una reazione"

Cinema: Protagonisti Redazione — 18/09/2013


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Del famigerato 'Bling Ring', il gruppo di teenager ossessionati dal glamour e dal lusso che tra il 2008 e il 2009 ha svaligiato le case dei personaggi famosi a Los Angeles per 3 milioni di dollari (tra le vittime Paris Hilton, Orlando Bloom e Rachel Bilson, ndr), ne aveva solo sentito parlare. È stato nel 2010, dopo aver letto un articolo di Nancy Jo Sales su Vanity Fair intitolato 'The Suspects Wore Louboutins' (I sospetti indossavano Louboutin), che Sofia Coppola ha pensato di realizzare un film sul quel genere di crimini  e sui ragazzi che li avevano commessi. La giornalista che aveva scritto il pezzo la mise al corrente la Coppola di molti aneddoti interessanti che non avevano trovato posto nell'articolo originale; da qui alla decisione di scrivere una sceneggiatura il passo è stato breve.

"Ero abbastanza scioccata quando ho scoperto questa storia - ha spiegato Sofia Coppola in conferenza stampa a Roma il 17 settembre - e ho voluto fare il film proprio per guardare da vicino la nostra cultura e per far prendere consapevolezza a tutti di cosa succede", specificando poi che, secondo lei, "il culto per le celebrities e l'ansia di condividere tutto in tempo reale grazie a Internet e alla globalizzazione stiano diventando un fenomeno globale". Per la Coppola, però, trasformare questa storia reale e contemporanea in una sceneggiatura si è dimostrata una delle cose più complicate del film: "C'era una montagna di materiale e io dovevo tirarne fuori una  storia  di finzione. Fare ricerche, lavorare sui materiali e trovare un modo per rendere i personaggi simpatici e credibili per il pubblico è stata una sfida difficile da affrontare"

"Quando  ho cominciato,  la giornalista Nancy Jo Sales mi ha dato le trascrizioni delle
sue interviste ai ragazzi. Non riuscivo a credere ad alcune delle cose che avevano detto - ha sottolineato la regista -, rivelavano molto delle loro personalità, dei loro obiettivi e della nostra cultura. In un certo senso ho lasciato che la mia immaginazione partisse da lì". "Ascoltare le loro storie mi ha fatto venire delle idee, mentre altri spunti li ho tratti dalle mie esperienze di gioventù - magari non dirette, ma da quello che ricordo significasse avere quell'età - e poi ho cercato semplicemente di immaginare di essere nei panni di quei ragazzi. Per i personaggi sono partita dalla storia reale per poi inventare dei personaggi miei basati in parte su quelli veri e in parte su persone che conosco". in questa intervista, Sofia Coppola racconta il passaggio da articolo di giornale a sceneggiatura e dell'impatto che la cultura dei reality show e del 'red carpet' sta avendo su molti giovani americani:

Aveva già sentito parlare del Bling Ring prima dell'articolo apparso su Vanity Fair?
"Mi ricordo di quando se n'è cominciato a parlare nelle news, ma all'epoca non ci avevo prestato molta attenzione. Poi, quando ho letto l'articolo, ho pensato che sembrava proprio la trama di un film. Era incredibile: ragazzi giovani e carini che facevano quelle brutte cose nel mondo agiato e scintillante delle star. Le loro dichiarazioni mi hanno molto colpita. Sembrava che non si rendessero conto di aver fatto qualcosa di veramente sbagliato e che fossero interessati soprattutto alla celebrità ottenuta grazie alle rapine. Tutta questa storia sembrava dire molto sulla nostra epoca e su come crescono i ragazzi nel mondo di Facebook e di Twitter".

Come ha trasformato questa storia in una sceneggiatura?
"Ho letto le trascrizioni dei rapporti dei giornali e della polizia e ho incontrato alcuni dei ragazzi per cercare di capire quanto più possibile! Poi mi sono sforzata di ricordare com'ero io a quell'età e le cose che facevo, e ho cercato di trovare delle analogie. Per esempio mi sono ricordata di com'è sentirsi parte di un gruppo di amici, alle cose stupide che si fanno a quell'età, e a come ci si sforzi sempre di omologarsi agli altri. Per quanto riguarda i genitori, ho osservato la madre di una delle ragazze in un reality show alla televisione e ho costruito la sua personalità sulla base di quello che ho visto".

Cosa pensa di questi ragazzi e di quello che hanno fatto?
"Ho cercato di essere empatica e di non giudicare. Non che volessi dire che quello che hanno fatto va bene, ma desideravo che il pubblico si facesse una sua opinione. Non mi piace stabilire quello che il pubblico dovrebbe pensare. Il film mostra come la cultura dominante riesca ad influenzare dei ragazzi ai quali le famiglie non hanno trasmesso valori forti in cui credere".

Per un francese il semplice fatto che le sorelle Neiers (una delle due Alexis è stata componente del gruppo Blin Ring, ndr) siano poi state scelte per un reality show in televisione ha dell'incredibile:
"Sì. Ho riflettuto su come questi adolescenti siano stati condizionati da tutto ciò, e a come i reality siano una cosa normale per tutti coloro che sono cresciuti guardandoli in TV. L'idea della mancanza di privacy è diventata  una cosa normale. Non sono sicura di quale sia l'opinione della gente su questi ragazzi: credo che siano affascinati da come siano riusciti a spingersi oltre. A tutti piace dare un'occhiata ai giornali scandalistici di tanto in tanto, e i protagonisti  della storia rappresentano l'estremizzazione di questa pulsione…!"”

Stilisticamente questo film sembra un po' diverso dal precedente: la narrazione è più lineare, le sequenze sono più brevi…Per quale motivo?
"Perché funziona meglio per il materiale di partenza, che per me stabilisce sempre come devo girare un film. Inoltre dopo Somewhere, il mio ultimo film, volevo fare qualcosa che avesse un ritmo più veloce. Ma ci sono anche sequenze lunghe, come quella della casa vista dall'alto, con i due ragazzi che entrano ed escono da una stanza all'altra. Girare dalla collina è stata un'idea di Harris Savides, uno dei direttori della fotografia. Adoro quella sequenza e sono felice che Harris abbia insistito per farla, visto che stavamo cercando modi alternativi per mostrare le rapine. Harris ha contribuito moltissimo ai miei film, mi ha sostenuto e mi ha aiutata a realizzarli".

A parte quella di Paris Hilton, avete girato altre scene in vere case di celebrità?
"La sua è l'unica vera. Per gli altri, ne abbiamo realizzato una nostra versione. Ma devo ammettere che è stato eccitante girare in uno dei luoghi reali della storia e dare un'occhiata al suo mondo, nei suoi armadi".

Lei ha deciso di unire un'attrice molto esperta come Emma Watson con degli esordienti: perché questa scelta?
"Ho pensato che Emma sarebbe stata perfetta nel ruolo di Nicki, e mi è sempre piaciuto lavorare con ragazzi che sono agli inizi della loro carriera, pieni di entusiasmo e di freschezza. Mi piaceva l'idea che avessero davvero 16 e 17 anni. Ho cercato di metterli a loro agio e ho cercato anche di farli uscire insieme il più possibile prima di iniziare le riprese, perché si affiatassero e sembrassero davvero amici". 

Lei definirebbe 'Bling Ring' un racconto morale?
"Forse lo definirei un monito. Ho cercato di raccontare la storia in modo che chi la guarda possa farlo dal punto di vista dei ragazzi, scoprendo quanto sia divertente ed eccitante, per poi alla fine assumere un'altra prospettiva e capire che loro si sono spinti davvero troppo oltre".