INTERVISTA - Vincent Cassel: "C'è un che di teatrale nel cinema degli effetti speciali"

A 14 anni dal loro ultimo film insieme, l'attore francese torna sul grande schermo diretto dal regista Christophe Gans ne 'La Bella e la Bestia'. In questa intervista il divo d'Oltralpe parla del binomio recitazione-tecnologia e del set green-screen

Cinema: Protagonisti Redazione/GP — 07/03/2014


Era il 2001 quando nelle sale cinematografiche usciva il film 'Il patto dei Lupi', storia romanzata su una vicenda realmente accaduta intorno al 1764 nelle campagne francesi di una lunga serie di assalti ad esseri umani e ad animali di una particolare specie di lupo. La pellicola era diretta dal registra francese Christophe Gans che volle, tra gli altri protagonisti, l'allora coppia di coniugi Vincent Cassel e Monica Bellucci. Un film che fece a lungo parlare di sé per la particolare violenza di alcune sequenze. Oggi, quattordici anni dopo, tanti quanti è durato il matrimonio delle due star, Cassel torna sul grande schermo nuovamente diretto e questa volta anche sceneggiato da Gans nel film adattamento del grande classico della letteratura mondiale 'La Bella e la Bestia' che ha sbancato i botteghini di mezzo mondo. In questa intervista Cassel parla della sua esperienza che contrappone la recitazione alla tecnologia, delle riprese sul set green-screen e le difficoltà di lavorazione:

Sono passati quattordici anni dal film 'Il patto dei lupi': come mai tutto questo tempo per lavorare di nuovo con il regista Christophe Gans?
"'Il patto dei lupi' è stato una bella esperienza. Adoravo il personaggio che mi aveva assegnato Christophe e, in seguito, abbiamo tentato di lavorare assieme più volte. La prima volta con 'Bob Morane', su cui abbiamo lavorato per molto tempo con la collaborazione di Roger Avary. Il film era sul punto di realizzarsi quando è scoppiata l'epidemia di SARS (una parte delle riprese avrebbe dovuto svolgersi in Cina, ndr). E finì cosi! Dopo c'è stato il remake di un film francese in bianco e nero che doveva farsi con Dupontel e me, poi 'Il cavaliere svedese', che è tutt'ora in realizzazione e 'Fantomas'. Ogni volta qualche cosa ci ha impedito di proseguire, finché tutto ad un tratto è arrivato il progetto de ‘La Bella e la Bestia’. Credo che tutti condividessero la stessa voglia che avevamo noi di farlo insieme. Era evidente. L'idea è venuta a Richard Grandpierre, stesso produttore de ‘Il patto dei lupi' e con il quale Christophe non aveva più lavorato dopo, o almeno non erano mai riusciti a concretizzare insieme un progetto. Tutto è successo molto velocemente".

Questa produzione ha visto comunque un lavoro di gruppo notevole:
"Sì. Personalmente già trovavo che la storia fosse una bella idea, poi è arrivato il nome di Léa Seydoux per il ruolo di Belle, l'adeguamento cinematografico era fattibile e dava voglia di continuare. Inoltre, tutti conosciamo il racconto. Christophe Gans e Sandra Vo-Anh sono riusciti a scrivere una sceneggiatura che riuscisse a modernizzare il racconto sempre rifacendosi alle origini, come Bram Stocker con 'Dracula'. Il film è stato finanziato abbastanza velocemente perché credo che la presentazione e la storia abbiano rassicurato da subito i produttori. È stata una buona idea".

Che contributo ha dato al personaggio della Bestia?
"È un caso molto particolare. Io non controllo nulla del mio personaggio concretamente! Si, abbiamo discusso sulla definizione dello stile che avrebbe potuto avere, in che misura la Bestia doveva somigliarmi, fino a che punto, come, dove e via dicendo ma poi, man mano che il film si definiva, fino al momento in cui sono entrato sul set, mi sono reso conto che non sarebbe stato come mi era stato spiegato, né soprattutto come l'avevo immaginato. Mi avevano detto: "Sarà come Avatar, una piccola camera davanti e poi è tutto fatto, tu reciti e successivamente ritrascriviamo".

Ed è stato realmente così?
"In effetti no! L'evoluzione della tecnologia ha fatto si che Avatar fosse già Old School e una buona parte del lavoro era in postproduzione. Quindi tutto il lavoro fatto sul set in termini di recitazione e di emozione doveva passare attraverso il corpo altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Una  volta  digerito  questo,  mi  dissero: "Faremo come in 'Lo strano caso di  Benjamin Button’, una crema fosforescente sul viso, 80 camere HD disposte in posizione concava, 100mila punti sul tuo viso". Meglio di 70 o quanti ce n'erano dell’epoca di Avatar. Che cosa posso dire, si! Dopo le riprese, prima di partire per San Francisco per creare il viso della Bestia, che rappresenta l'80 per cento di ciò che dovevo fare in termini di recitazione, la Contour, la società che aveva sviluppato questo software, aveva chiuso perché la tecnologia si era evoluta ed era diventata molto più accessibile. D'un tratto, non era più questione di 80 videocamere ma di 6, con uno strumento che si trovava in Canada e che rilevava milioni di punti. Io ho fatto quello che dovevo fare. Nel momento in cui ho realizzato tutte le espressioni della Bestia, 250 ragazzi ci hanno lavorato sopra: sul mio sopracciglio, la brillantezza del mio occhio, la lunghezza dei denti, la densità del pelo, l’ombra. Ad un certo punto, cedi le chiavi del camion  e dici Bene ragazzi, conto su di voi!'".

Come è riuscito a legare le scenografie dall'aria colossale e i green-screens?
"Ancora una volta, bisogna tornare a qualcosa di molto ludico e non sbatterci troppo la testa. Il tecnico degli effetti speciali mi ha detto, un giorno, una cosa che è diventata un mantra: "Mai perdere di vista il prodotto finito". Bisogna immaginare tutto il tempo cosa diventerà, altrimenti ci sentiamo continuamente in situazioni ridicole, recitiamo con una croce verde sulla fronte, con un vestito aderente con un moncone verde perché la tua coda sarà aggiunta in immagine di sintesi. Ma quando ci si astrae da tutto questo e si vede il prodotto avanzare, ci si gioca semplicemente insieme. È qualcosa di prodigioso e fa parte dell’industria cinematografica di oggi". 

Come è andato l'incontro con Léa Seydoux?
"Molto bene, e non poteva essere altrimenti. Non so dire nello specifico perché è stata una buona scelta, ma Léa, in quel ruolo, ha ancora un non so che di ingenuo, mi fa pensare molto a Simone Signoret da giovane. É riuscita, con pochi film, ad imporsi in modo particolare al pubblico, e se andiamo oltre la polemica inutile su 'La vita d'Adele', capiamo che lei è capace di tutto, può passare da un film di Christophe Honoré a 'Mission Impossible'. È già riuscita ad uscire dalla Francia e a conquistare l'attenzione del cinema internazionale: quando questo succede, o lo sfrutti oppure no. In tutti i casi, lei lo fa abbastanza intelligentemente".

C'è qualcosa che ha fatto per questo film che non aveva mai fatto prima?
"Dare fiducia! Per forza di cose, sono stato obbligato a mettere in mani altrui ciò che genericamente faccio io. Avviene spesso nei film che molte cose vengano alterate in fase di montaggio, ma in termini d'emozioni e intenzione, in qualità di attori imprimiamo sempre qualcosa di molto forte. Qui no, sono stato messo nelle mani di gente che non conosco. Ma questo è il patto, e con il budget del film e i mezzi utilizzati il risultato è magnifico. L'abbiamo detto spesso durante la preparazione: nel peggiore dei casi sarà sublime perché tra i costumi e le scenografie si vedeva già che sarebbe stato sontuoso".