Dal 'Dottor Zivago' a 'Forrest Gump' e 'A Beautiful mind', se il cinema diventa una malattia

Hollywood produce e premia una innumerevole quantità di pellicole con protagonisti malati, medicina e salute. Al centro delle storie figure 'estreme' o 'border line' che però rivelano capacità eccezionali, come ci spiegano un medico ed uno psicologo

Cronaca Cinema Marco Ferrazzoli (*) — 14/03/2014

Da sempre il tema della malattia appassiona il cinema, e Hollywood non fa certo eccezione. L'industria americana della settima arte ha prodotto una quantità sterminata di pellicole che hanno per protagonisti il male psico-fisico, la medicina e la salute perduta o riconquistata. Pellicole che sono rimaste nella storia degli Oscar insignite dall'Academy Award del premio più ambito per il cinema: da 'Il paziente inglese' del 1996, 12 nomination e 9 statuette, alle 5 conquistate nel 1965 dalla versione cinematografica del 'Dottor Zivago' di Pasternak; da 'The Elephant Man' del 1980 che ottenne 8 candidature 'bucandole' però tutte, alle ben 13 di 'Forrest Gump' del 1994, di cui sei andate a segno. E come scordare il Jack Nicholson di 'Qualcuno volò sul nido del cuculo', il Daniel Day-Lwsi de 'Il mio piede sinistro'? Oppure 'Million dollar baby', 'Will Hunting-Genio ribelle', 'Lezioni di piano', 'Il silenzio degli innocenti', 'Anna dei miracoli', 'Figli di un dio minore', 'Beautiful mind', 'Philadelphia' e 'Rain man'.

La storia degli Oscar è contrassegnata da una galleria di figure 'estreme' o 'border line' che uniscono handicap e capacità eccezionali, debolezza fisica e forza spirituale e caratteriale. Ma è solo fiction? Oppure lo stato di malattia può effettivamente abbinarsi al reperimento di risorse psico-fisiche che, magari, non si credeva di possedere? "L'esperienza clinica mostra in molti pazienti la riscoperta di valori della vita importanti che - spiega Roberto Volpe, medico del Servizio prevenzione e protezione del Cnr -, presi dalla frenesia quotidiana, tendiamo a sottovalutare, e di conseguenza l’attivazione di energie impensabili". "È il concetto espresso da esortazioni come 'istinto di sopravvivenza', 'l'importante non è cadere, ma rialzarsi', ad esempio - aggiunge - nelle competizioni sportive. Stimolare le risorse delle persone è un compito essenziale anche dei medici, non solo di genitori e insegnanti. Registi e attori, talvolta, cooperano in tal senso".


[Russel Crow nei panni del matematico professor John Nash in 'A Beautiful mind' del 2001]

Ma la cosiddetta 'resilienza' è attivabile con la semplice visione di un film? "I meccanismi psicologi che si attivano nello spettatore - avverte Franco Bonaguidi, psicologo dell'Istituto di fisiologia clinica del Cnr - lo portano a 'vivere' le situazioni completamente 'altre' interpretate dal protagonista sono complessi". "Certi film colpiscono maggiormente l'immaginazione poiché - rappresentando forme di vita borderline - possono attivare le parti psicotiche latenti della psicologia dello spettatore a partire da quelle del personaggio". "Il che, beninteso, non significa che chi guarda sia psicotico. Forti identificazioni con l'altro - prosegue - avvengono soprattutto nelle personalità più fragili o nelle quali l'Io non è ancora formato, in particolare durante l'adolescenza".

Meccanismi che, in modo più o meno conscio, i produttori del grande schermo sono spesso abilissimi nell'attivare. Anche stando alla storia recentissima degli Oscar: lo scorso anno 'Amour', miglior film straniero, affrontava la malattia in una coppia di anziani e 'Il lato positivo', commedia sulle malattie mentali dello stesso regista di 'American Hustle', uno dei favoriti di quest'anno, ha ottenuto otto nomination e una statuetta. Il protagonista di 'Dallas Buyers Club', interpretato da Matthew McConaughey, candidato nel 2014 come come miglior attore, è un sieropositivo che combatte per ottenere il diritto di testare una terapia alternativa. Ben più problematici sono, questi meccanismi, nella loro attivazione in altri ambiti, come quello politico. "Il processo è stato studiato in 'Analisi delle masse' e la 'Psicologia dell'Io' da Freud, come identificazione proiettiva con il super Io del capo. Mentre - conclude Bonaguidi - Wilhelm Reich ha studiato Hitler e la Germania nazista come una situazione politica afflitta da un forte senso di narcisismo ferito".

(*) Dall'Almanacco del Cnr, n. 4 del 26 febbraio 2014