INTERVISTA - "Fare un film è un lavoro artigianale, l'ispirazione non viene guardando il tramonto"

Così Sydney Sibilia, giovane regista salernitano, arrivato al grande pubblico cinematografico con il suo film 'Smetto quando voglio'. In questa intervista si racconta parlando dei suoi esordi con i corti fino all'idea di una pellicola sui giovani precari

Cinema: Protagonisti Emanuele Guerrini (*) — 16/04/2014
Titolo: Sydney Sibilia sul set del suo film 'Smetto quando voglio'

Il grande pubblico cinematografico lo ha conosciuto con il suo primo lungometraggio dal titolo 'Smetto quando voglio', uscito nelle sale lo scorso febbraio, che racconta con leggerezza la storia di un ricercatore che viene licenziato e, per sopravvivere, mette insieme una sgangherata banda criminale reclutando i suoi ex migliori colleghi che, nonostante le competenze, vivono facendo lavori non qualificati. Ma lui, Sydney Sibilia 32 anni, regista esordiente, ha iniziato a scrivere e dirigere cortometraggi da quando di anni ne aveva 19, subito dopo la maturità scientifica. Nel 2005 con il suo 'Iris Blu' vince una serie di concorsi dedicati al corto, mentre nel 2007 si trasferisce da Salerno, sua città natale, a Roma e realizza altri due corti di successo, 'Noemi' e 'Oggi gira così'. Di fatto oggi, Sibilia è diventato uno dei giovani registi più ricercati da stampa e media e in questa intervista racconta i suoi esordi e come è nata l'idea di un film sui giovani precari italiani:

Come esordio sul grande schermo è andata bene:
"È andata benissimo, non ce l'aspettavamo. Il primo pericolo per un'opera prima è l'invisibilità e noi lo abbiamo scongiurato quasi subito. Questa è la cosa più importante. Essere entrati nel 'mainstream' a gamba tesa dà soddisfazione".

Quando ha capito che voleva fare il regista?
"Lo sapevo fin da piccolo. A sedici anni ho comprato la prima telecamera e facevo film terribili con i compagni di classe, poi ho cominciato a girare cortometraggi e intorno ai vent'anni ho capito che avrei voluto fare il regista per lavoro e che tutto il resto sarebbe stato un piano B. Poi vedremo, le carriere si costruiscono sul lungo periodo".


[Sibilia insieme a Paolo Calabresi (sinistra) ed Edoardo Leo (centro) sul set del film 'Smetto quando voglio']

Come ha incontrato il produttore Domenico Procacci?
"Durante un festival dove avevo presentato un cortometraggio ho incontrato Matteo Rovere (giovane regista e produttore romano, ndr), anche lui in concorso, e abbiamo iniziato a collaborare. Dopo un po' Matteo ha deciso di produrre un mio cortometraggio, 'Oggi gira così'. Lo abbiamo portato a Procacci, gli abbiamo raccontato l'idea di 'Smetto quando voglio', a lui è piaciuta e alla fine l'abbiamo realizzato".

Come le è venuto in mente di girare un film sul mondo della ricerca?
"Trovare l'idea per un film è la cosa più bella. Qualche anno fa ho aperto il giornale e sono rimasto colpito da un articolo, 'Quei netturbini con la laurea', e ho immaginato un vecchietto stupirsi nel notare all'alba i netturbini parlare di filosofia. L'idea mi ha fatto ridere. Che le persone molto intelligenti siano trattate malissimo è un paradosso e i paradossi sono sempre divertenti. Lo slogan del film 'Meglio ricercati che ricercatori' l'abbiamo preso da una manifestazione".

Sebbene con il sorriso, affronta un problema importante, quello del precariato:
"Sì, l' 'eccellenza' del precariato. Racconto una generazione che viene trattata male. Nel film si vedono i ragazzini e i professori più anziani che se la passano benissimo, quelli che stanno in mezzo invece faticano ad andare avanti. È cambiato il momento storico e c'è quasi una crisi d'identità. Ho scoperto che il pubblico si è diviso in due: chi si diverte e chi invece vede il film come uno spaccato neorealista, e si intristisce. Ma io considero il mio film di intrattenimento, il mio intento era far ridere e svagare il pubblico per un'ora e mezza".

Segue qualche trasmissione di divulgazione scientifica?
"Non ho la televisione perché si è rotta l'antenna e non l'aggiusto per pigrizia, però mi ricordo tanti anni fa Consorzio Nettuno: di notte, cambiando canale, mi imbattevo in queste lezioni universitarie e rimanevo ipnotizzato. C'era uno sfondo blu e un professore che ad esempio spiegava la fisica quantistica. E io guardavo, senza capirci niente".

Se dovesse fare lei il ricercatore, a quale ambito si dedicherebbe?
"Visto il lavoro che faccio, sceglierei una facoltà umanistica, credo mi dedicherei alla filosofia. Farei il pensatore, che poi è anche un modo per non fare nulla: mi metto lì e penso. Però la scienza mi piace tantissimo. Ho fatto il liceo scientifico ed ero bravo in matematica e fisica".

Che rapporto ha con la tecnologia?
"Nel mio mestiere è indispensabile. Per girare l'inquadratura della sede del Cnr, a esempio, ho usato inizialmente un dolly (un braccio meccanico per fare inquadrature dall'alto, ndr) e poi ho unito le immagini in digitale con quelle girate con un drone. Così ho potuto 'volare' in giro per Roma. Volevo fare come nella serie tv 'CSI' e mi veniva da ridere, perché noi non abbiamo i grattacieli, si vedono le case del quartiere San Lorenzo: ho fatto un 'CSI de' noantri'".

Sta già pensando a un nuovo film?
"Ancora non lo so. Non cerco l'ispirazione guardando il tramonto, credo che la preparazione di un film sia un lavoro artigianale e sto lavorando con gli sceneggiatori per trovare l'idea giusta. Sicuramente sarà un'altra commedia".

(*) Intervista da Almanacco del Cnr, n.7 del 16 aprile 2014