INTERVISTA - Dignità, fervore e speranza: l'Italia del progresso rivive nel film di Davide Ferrario

Presentato Fuori Concorso a Venezia il docu 'La zuppa del demonio' è lo spaccato senza filtri di un Paese che scopriva lo sviluppo industriale e tecnologico. Il regista: "Ho voluto farlo non per nostalgia ma per capire come siamo arrivati dove siamo ora"

Festival Redazione/GP — 03/09/2014
Titolo: Cesenatico, 1955. L'ammaina bandiera nella colonia estiva Eni per i figli dei dipendenti
Fonte: Foto dall'Archivio Storico Eni

Gallery

    http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744329_20.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744339_1.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744346_7.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744376_19.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744385_2.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744404_19.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744412_8.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744419_13.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744427_2.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744435_19.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744444_18.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744452_4.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744463_10.jpg

  • http://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/news/media/1409744473_1.jpg
Image of

La definizione è stata utilizzata da Dino  Buzzati nel commento ad un documentario industriale del 1964 dal titolo 'Il pianeta acciaio', per descrivere le lavorazioni nell’altoforno. Cinquant'anni dopo, quella stessa frase, "La zuppa del demonio", è una formidabile immagine per descrivere l'ambigua natura dell'utopia del progresso che ha accompagnato l'evoluzione dell’Italia per tutto il secolo scorso. Un'idea ed una visione che viene ben rappresentata del film di Davide Ferrario 'La zuppa del demonio', presentato nella sezione ufficiale Fuori Concorso alla 71ma Mostra del Cinema di Venezia. L'Italia descritta da Ferrario è quella a cavallo tra il 1900 e il 1970, gli anni del progresso, dello sguardo verso il futuro, della speranza, di un'Italia che scopriva lo sviluppo industriale e tecnologico, portava nelle case gli elettrodomestici e nelle strade le automobili per tutti. Un viaggio nostalgico e bellissimo in un'Italia che non c'è più e che ha la sua forza nella bellezza delle immagini e nella profondità delle parole che le accompagnano.

"È questo il tema del nostro film: l'idea positiva che per gran parte del Novecento (almeno fino alla crisi petrolifera del 1973-74) - ha spiegato Ferrario in conferenza stampa - ha accompagnato lo sviluppo industriale e tecnologico. Perché è facile oggi inorridire davanti alle immagini (proprio de 'Il  pianeta  acciaio') che mostrano le ruspe fare piazza pulita degli olivi centenari per costruire il tubificio di Taranto che oggi porta il brand dell'ILVA: eppure per lungo tempo l’idea che la tecnica, il progresso, l’industrializzazione avrebbero reso il mondo migliore ha accompagnato soprattutto la mia generazione, quella nata durante il miracolo economico italiano". Un documentario industriale realizzato attraverso i testi e le citazioni appropriate di una varietà di autori, tra i quali Marinetti, Gadda, Buzzati, Parisi, Giorgio Bocca, Bianciardi, Calvino, Levi, Pasolini, Volponi, su immagini bellissime dei documentati industriali del tempo c'erano Dino e Nelo Risi, Ermanno Olmi, Blasetti, Camerini provenienti dell'Archivio Nazionale del Cinema d'Impresa. Un film  che parla con le voci e le loro  immagini degli italiani, riservando al montaggio il compito di esprimere  il punto di vista dei   narratori. "Tutto non per macerarsi  in una mal riposta nostalgia - ha precisato Ferrario -: ma per capire come siamo arrivati dove stiamo ora". In questa intervista il regista Davide Ferrario racconta come è nata l'idea e la realizzazione del film con solo materiale d'archivio:

Davide Ferrario, come ha approcciato l’idea di fare un film solo con materiale d'archivio?
"In verità non è la prima volta che faccio un lavoro del genere. Nel 1992 realizzai una serie televisiva in sei puntate, American Supermarket, che fu  venduta in tutto il mondo. Si trattava del  montaggio di filmati educativi, spot, documentari, promozionali, film del governo USA degli anni '40 e '50: tutto senza una parola di commento, lasciando al montaggio ed alla musica la costruzione del senso. Ma altre volte ho lavorato in modo originale con quello che oggi si definisce 'found footage'. Io sono affascinato dalla retorica del discorso filmico originale (intendo  retorica  in  senso strettamente  tecnico): mi piace pensare che si possa prendere quel ‘codice’ e orientarlo per fargli dire qualcosa di nuovo. O meglio, di mio personale".  

Non c'è il pericolo di una forzatura, in questo?
"Intende se si rischia di stravolgere il senso originale? Beh, è esattamente quello che cerco. Ma non per far dire al materiale qualcosa di diverso dallo scopo con cui era stato fatto. Voglio che il mio intervento sia chiaro. Voglio proprio che sia  questa “differenza” il senso del discorso. D’altra parte, sappiamo bene che ogni discorso sull' 'oggettività' del documentario è pura ipocrisia".

Com'è nata l’idea del film?
"È merito di Sergio Toffetti.Da anni insisteva perché dessi un'occhiata ai materiali dell’Archivio  di Ivrea. Quando ho cominciato a vedere i film mi è subito venuta l'intuizione  di raccontare la storia del progresso nel Novecento. O meglio, la storia dell'idea di progresso. Un'utopia, quello  dello sviluppo senza limiti, che la mia generazione conosce bene perché è in quell'atmosfera che siamo cresciuti. Potevi essere di destra o di sinistra, ma il progresso tecnologico era un bene in  sé. Fino a metà anni '70 lo  sviluppo' è stato un dogma indiscutibile: poi è arrivata la prima crisi petrolifera, e contemporaneamente hanno preso piede le preoccupazioni ambientaliste. Toffetti ironizza sul fatto che si è passati dallo 'sviluppo senza limiti' di quegli anni ai 'limiti senza sviluppo' di oggi".

Il film sembra portare con sé un sentimento contradditorio. Da una parte c'è l'evidente scarto culturale tra la sfrenata positività di quei decennine i tanti dubbi di oggi; dall'altra pare quasi che ci sia una nostalgia per quei tempi:
"Lo dice molto bene Giorgio Bocca nella parte finale del film: "Le cose che oggi ci appaiono orribili allora ci sembravano bellissime; erano tempi irripetibili, e felici". È ovvio che quando  oggi vedigli olivi centenari abbattuti dalle ruspe per far posto al tubificio di Taranto scuoti la testa allibito, sapendo tutto quello che è venuto dopo. Ma l'entusiasmo di allora era sincero: ed è proprio quello che ho cercato di raccontare. Infatti nel film non c'è pressoché  mai l'ironia.No, davvero in Italia c'è stato un "miracolo": un miracolo fatto dalla combinazione di molti elementi, ma che ha coinvolto tutta una società. Certo oggi sarebbe facile ironizzare sul petrolchimico di Gela e sulle cattedrali industriali del sud: ma non dimentichiamo l’immagine della gente che dorme nella stessa stanza col cavallo prima dell’arrivo delle fabbriche. È chiaro che alla fine di questa storia c’è un fallimento: ma per un lungo momento l’utopia è sembrata realizzarsi".

'La zuppa del demonio' è anche uno straordinario tributo al lavoro e ai lavoratori:
"Esattamente. Certo i film erano prodotti dalle aziende e quindi la retorica è quella dell’epica imprenditoriale: ma si capisce benissimo che senza i lavoratori nulla sarebbe stato possibile. Credo che  alcune sequenze siano davvero commoventi: penso alla costruzione delle linee elettriche nel dopoguerra; o ai film industriali di Ermanno Olmi. Ci sono ritratti di volti operai che sono straordinari nella loro semplicità e dignità; e struggenti nel loro entusiasmo. Perché le battaglie sindacali si facevano sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro: ma il lavoro in quanto tale, l’opera realizzata, apparteneva a tutti. E questo, per esempio, è un senso comunitario che l’impersonalità del lavoro moderno ha cancellato, credo per sempre".