INTERVISTA - Jean Jacques Annaud: "Io e il mio Lupo miracolati della censura cinese"

Dopo l'esilio del regista francese dalla Cina per il discusso film 'Sette anni in Tibet', l'incredibile successo de 'L'ultimo lupo' nel Paese di Mao (più di 100 milioni di dollari d'incasso in 4 settimane) dimostra che forse a Pechino qualcosa è cambiato

Cinema: Protagonisti Redazione — 27/03/2015


L’ultima volta che Jean Jacques Annaud ha camminato sul suolo cinese è stato nel 1997 a conclusione delle riprese di ‘Sette anni in Tibet’, film per il quale il regista francese era stato messo al bando con l’indignazione delle più alte cariche governative. Oggi, diciotto anni dopo, Annaud torna nel Paese di Mao con una storia, scomoda per certi versi, ma che forse, in questo periodo storico la Cina e Pechino erano pronte ad affrontare: lo sterminio dei lupi in Mongolia Interna per liberare i campi e sfruttarli per la coltivazione intensiva. Il risultato è stata la proliferazione di topi e roditori che hanno contribuito alla desertificazione del territorio con conseguenze drammatiche sull'ecosistema.

La storia è quella dello studente Chen Zhen che, all’inizio della rivoluzione culturale degli anni Sessanta, viene spedito in Mongolia per civilizzare le tribù dei nomadi pastori e finisce per sfidare il potere difendendo un piccolo cucciolo di lupo. Ma è anche la storia della Cina degli anni di Mao Tse Tung e della dominazione culturale cinese contro l'antica cultura mongola. “Nessuna pressione dal governo” assicura Jean Jacques Annaud, “nessuna visita strana sul set. Ho potuto girare in assoluta autonomia”. E così via libera ad un film ‘L'Ultimo lupo’ che rinnova la passione di Annaud per gli animali. Questo è il suo terzo film "dedicato" dopo ‘L'orso’ e ‘Due fratelli’. In questa intervista un racconto appassionato della realizzazione di film toccante e suggestivo:

Tutto inizia da un libro: ci racconta come è andata?
“Il libro è ‘Il totem del lupo’ del 2004, un fenomeno letterario sconvolgente in Cina, riuscito a scampare alla censura. Di stampo autobiografico la storia si svolge nella Mongolia Interna nel 1967, all’inizio della rivoluzione culturale e tratta del percorso d’iniziazione di un giovane alla scoperta della campagna remota e la sua conversione alla vita da nomade in un luogo così selvaggio, avevano, decenni dopo, una risonanza particolare in un paese, come la Cina, alle prese con dei terribili problemi ambientali e con l’inquinamento. L’impatto del libro sulla società è stato colossale. I lettori hanno scoperto l’esistenza di questi luoghi magnifici e puri della Mongolia Interna, che oggi è fortemente minacciata”.

Come è arrivato poi dal libroal progetto cinematografico?
“Avevo sentito parlare del libro quando uscì tradotto in francese e ne avevo letto qualche pagina. I temi sviluppati mi erano familiari. L’idea di questo ‘giovane istruito’ che s’innamorava di un luogo così improbabile, allevando un cucciolo di lupo in mezzo a un branco di pecore, mi ricordava alcune tematiche ben radicate nella mia vita e nel mio lavoro. È stato allora che i miei produttori arrivarono nel mio ufficio a Parigi, proponendomi di adattare il romanzo per il cinema. Gli ricordai che io non ero proprio ‘benvoluto’ dalle autorità cinesi, ma loro dissero “La Cina è cambiata. E poi siamo persone pragmatiche: abbiamo bisogno di lei””.

Il budget è di circa 40 milioni di dollari, una grossa somma tradotta in moneta cinese. Non le è stato negato niente?
“Ho avuto la fortuna di beneficiare della volontà dell’industria cinematografica cinese di migliorarsi e di elevarsi di livello. Produttori, registi, attori, tecnici tutti hanno uno sguardo molto critico nei confronti del loro lavoro. L’industria cinematografica cinese di oggi mi fa pensare all’Italia degli anni ‘60, la grande epoca del Peplum all’italiana e degli spaghetti western, dove il sistema cinematografico doveva fare i conti con le produzioni di scarsa qualità, circondati da cinema alto diretto da grandi registi”.

Veniamo ai veri protagonisti del film, la nascita e l’addestramento dei cuccioli:
“Ci sono voluti tre anni per girare la prima scena perché bisognava prendere dei cuccioli di lupo, farli crescere all’interno di parchi costruiti appositamente per il loro sviluppo, sotto una sorveglianza costante. Abbiamo poi coinvolto il più famoso addestratore di lupi al mondo, il canadese Andrew Simpson, che si è trasferito in Cina per 3 anni. A fine riprese Andrew ha ottenuto il permesso di portare con sé gli animali che aveva tirato su e visto crescere, che aveva addestrato quotidianamente e che erano diventati i suoi bambini. Il branco oggi vive in montagna, a Calgary e Andrew mi racconta che ogni giorno i lupi aspettano di veder arrivare i camion regia”.

Ma concretamente come funzionava la giornata con i lupi?
“È un discreto incubo! Il lupo è un animale molto selvaggio, sempre sul chi va là. Obbedisce solo al suo capo branco, che a sua volta obbedisce all’addestratore solo quando vuole. Non si lascia avvicinare. Non si lascia lavare quando si è rotolato nel fango. Avevamo due gruppi, uno dei quali particolarmente difficile. I cuccioli del primo gruppo erano stati presi una settimana dopo la loro nascita e quindi non riconoscevano negli addestratori i loro genitori. Non sono mai riusciti ad addomesticarli. Una vera fortuna per il film. Altro problema: tutti i lupi del mondo nascono tra metà marzo e l’inizio di Aprile. Noi abbiamo dovuto costruire il nostro piano lavoro tenendo conto di questa cosa. Abbiamo interrotto le riprese molte volte per lasciare che il nostro giovane protagonista crescesse. In realtà è stato un beneficio per il film: il colore della steppa tipico nel cambio di stagione è perfetto se paragonato al processo di crescita del lupo”.

C’è anche per un altro aspetto importante dni suoi film: la terra, i paesaggi che ancora una volta sono quasi primordiali…
“La verginità degli spazi è uno degli elementi fondamentali del film. Lo splendore della steppa è lo scrigno del lupo della Mongolia, il simbolo eroico della vita selvaggia. Massacrando la vita degli altri ci stiamo avvicinando a un epilogo tragico. Io mi affliggo da anni guardando questo lento suicidio che la nostra specie sta perpetuando. Jiang Rong, l’autore del romanzo, è stato testimone dell’ignoranza devastatrice che ha distrutto l’ambiente negli anni ‘60, degli errori fatti in Cina su larga scala come purtroppo dappertutto. Il bene fatto è stato quello di rimpiazzare le foreste con piantagioni di cacao o di ananas, di trasformare i grandi spazi in territori per l’allevamento, inondare intere regioni per irrigare questi territori destinati all’agricoltura”.

Lei ha fatto un film dietro l’altro, non ha mai voglia di prendersi veramente una pausa?
“Laurence, mia moglie, che mi accompagna sui set e nella vita dai tempi de ‘Il sostituto’, sorride quando le chiedono delle nostre vacanze. Racconta sempre come, mentre ci facevamo trasportare dal fiume Niger, io fossi intento a scrivere la sceneggiatura de ‘Il nome della rosa’, totalmente non curante del fatto che la nostra imbarcazione era stata attaccata da un branco di ippopotami. Le parole vacanza, hobby, sport e distrazione mi annoiano. Pratico un solo sport, uno sport estremo, il cinema. Ho amato ogni giorno l’incredibile privilegio di essere un regista, una fortuna che il mio mestiere mi permette di condividere con gli altri”.

Lei che ama tanto le immagini quanto le parole, se le chiedessi di sceglierne una che riassume il suo percorso come uomo e come cineasta, quale sceglierebbe?
“Il CUORE. Non bisogna mai ingannare se stessi, bisogna vivere secondo i propri desideri, seguendo le pulsioni del cuore. Bisogna impegnarsi con tutti noi stessi per far sì che questa utopia sia possibile. Bisogna battersi per fare quello che ci piace. La mia gioia è quella di portare la mia squadra allo spettacolo della creazione di un sogno e vederlo con i propri occhi. Se riesco a emozionarli allora significa che ho vinto, ed il mio cuore palpita”.