Balkan Bazar: una risata per seppellire i conflitti etnici

"È molto bello quando i vari popoli riescono a prendersi in giro in amicizia" dice il regista Edmond Budina che, con la prima coproduzione tra Italia e Albania, declina in commedia alcuni dei malesseri di quel crogiuolo di folklore, tensioni e culture.

Cinema: Protagonisti Laura Croce 21/07/2011
Titolo: Una scena del film
Fonte: Immagine dal web

Quando torna in Albania per girare i suoi film, è ossequiato come una star, mentre in Italia lavora orgogliosamente in fabbrica come qualsiasi altro operaio: difficile parlare della commedia leggera e pittoresca 'Balkan Bazar' a prescindere dal suo autore, Edmond Budina, attore, sceneggiatore e regista per teatro, cinema e tv. Una personalità dinamica in bilico tra culture, paesi e linguaggi artistici anche molto diversi tra loro, e per questo in grado di guardare con ironia e senza pietismi a quei nodi irrisolti che ancora agitano il cuore di quei Paesi a cui l'Europa ha sempre guardato come alla propria polveriera, ma a cui la Storia e l'attualità geopolitica continuano a legarci in modo estremamente stretto. 

Non è certamente la prima volta che i Balcani vengono portati sul grande schermo con il loro fascino un po' misterioso e i ritmi irresistibili dal vago sapore gitano: basti pensare alla Serbia di Kusturica, al cui canone Budina sembra rifarsi non poco per l'ironia macabra e grottesca, nonché per il senso del surreale e della magia. Il suo film però ha origine in un'altra zona "calda" di quella regione, il confine tra Albania e Grecia, ancora percorso da scosse nazionalistiche per lo più sconosciute all'opinione pubblica europea. 

Ancora oggi, infatti, gruppi di nazionalisti ellenici avanzano pretese sui paesini di frontiera sostenendo che quei territori siano stati pagati col sangue greco versato durante la guerra con l'Italia combattuta nel corso del secondo conflitto mondiale. Come ha denunciato Budina, sia a latere della sua opera che accennando qualche battuta nel corso del film, persino nel pieno della crisi che l'ha vista coinvolta in maniera determinante, la Grecia ha continuato a elargire pensioni di varie centinaia di euro al mese a tutti gli abitanti del confine albanese disposti a dichiararsi greci. 



Questa, ovviamente, è la visione del regista e rappresenta un solo lato della campana, ma il clamore suscitato in patria dalla commedia dimostra proprio come le scintille etnico-nazionalistiche siano tutt'altro che spente nei Balcani, persino in quelle aree non toccate dalla nota e sanguinosa contrapposizione serbo-croata. Lo spunto principale del film, in particolare, è stata la reale costruzione di un cimitero monumentale per i soldati ellenici, autorizzato dal Governo albanese nel 2007. 

Un'iniziativa rivelatasi, secondo il regista, così inopportuna da aver lasciato molte tombe vuote e da aver costretto le popolazioni del luogo a esumare vecchie salme contrassegnate da lapidi o croci scritte in greco, alla disperata ricerca di ossa da immolare sull'altare dell'ennesimo confine immaginario segnato dai solchi di una Storia che sembra proprio non voler trovar pace. Budina ce la racconta immaginandosi il viaggio di due donne europee alla ricerca della bara di un loro avo, spedita per errore in uno sperduto paesino albanese anziché in Francia e rimasta così coinvolta nella grottesca battaglia per aggiudicarsi teschi, rotule e femori. 

Per quanto non sia di gran fattura (sin dalle prime sequenze, la scarsa qualità del digitale e della fotografia lascia piuttosto interdetti) e si serva di una comicità non troppo raffinata, 'Balkan Bazar' ha quindi il merito di aprire una finestra sul una realtà ricchissima di folklore ma anche di tensioni, che si trova a due passi da noi e che era proprio l'ora di esplorare in maniera congiunta. Quella di Budina è in assoluto la prima coproduzione italo-albanese, e in fin dei conti come esperimento non può che risultare interessante, al di là dell'uso di stereotipi e facilonerie:



Edmond Budina, com'è nata l'idea, molto particolare, alla base di 'Balkan Bazar'?
"In realtà è nata una sera, per caso, al festival di Viareggio. Una ragazza italiana parlava, scherzandoci su, di come sua madre avesse smarrito la bara del nonno che dall'Italia doveva partire per Parigi ma per sbaglio finì in Russia. L'immagine di questo feretro che vola di notte fra le bandiere mi ha catturato a tal punto che dovevo trovare il prima possibile una storia all'interno di cui inserirla. Così quando è successo quel fatto reale, in Albania, dell'esumazione dei cadaveri di civili fatti passare per soldati greci, il legame è stato immediato".

Il film vuole essere anche un modo per ricordare al resto d'Europa che esiste questo tipo di realtà, di cui non si parla spesso nella cronaca dei Paesi UE?
"Si, assolutamente. Volevo ricordare all'Europa che questi conflitti esistono, anche se tutti fanno finta di non vederli nascondendosi dietro a un dito. Però dobbiamo risolverli in modo pacifico, non come è stato fatto qualche anno fa quando è scoppiata la guerra nella Ex-Jugoslavia. Io comunque non faccio politica ma cinema, e tramite il cinema ho cercato di trasmettere prima di tutto un'idea di amore, di rispetto, di dialogo e non da ultimo la voglia di prendersi in giro. È molto bello quando i vari popoli riescono a prendersi in giro in amicizia, lasciando che vengano messi a nudo le rispettive imperfezioni. 'Balkan Bazar' è pensato proprio per questo, per ridere dei difetti un po' di tutti, degli albanesi e dei greci, ma anche dei macedoni e di tutte le altre nazionalità che vivono in quelle zone, con ironia e buon umore. Esattamente come quando ci si ritrova tutti a tavola intorno a una bella bottiglia di vino. Viviamo da secoli tutti insieme lì in quelle terre, a volte in conflitto ma spesso anche in armonia, perciò è importante non guardare indietro, non guardare alle tombe e ai lutti ma al futuro. Dobbiamo andare avanti ma con l'amore, perché penso che solo con quello si possa costruire qualcosa, mentre con l'odio si distrugge e basta".

Quindi andare al di là delle bandiere, come suggerisce l'ultima sequenza del film?
"Esatto. Mi fa piacere che molti abbiano notato questa scena in cui i personaggi gettano via le bandiere che spingono verso il rancore e i nazionalismi, per innalzare invece il vessillo dell'amore. Vessillo che invece ho voluto rappresentare in maniera metaforica, e forse un po' provocatoria, con una mutandina, simbolo della necessità di riscoprire il rapporto umano. Come dicevano gli hippie quando ero giovane: non facciamo la guerra, facciamo l'amore".

Anche lo stile del film sembra andare oltre i confini dell'Albania, ricordando un po' il cinema di Kusturica e più in generale dei Balcani, come recita anche il titolo.
"Non direi che è proprio uguale, però di sicuro viviamo tutti lì e abbiamo gli stessi problemi, perciò è normale che anche nei film ci siano delle somiglianze. E se il mio film ricorda a qualcuno Kusturica non può che farmi piacere, e non mi importa nulla che lui sia serbo e io albanese, non fa differenza".

Forse le somiglianze maggiori sono nelle musiche, un tratto assolutamente distintivo dei Balcani.
"E ci tengo a sottolineare che tutte le musiche del film sono ispirate a una canzone tipica dei paesini rurali albanesi, che dice "chi ha visto il prete donna e il muezzin incinta?" È un motivo che cantiamo per prenderci un po' gioco anche della religione, umoristico e divertente, e che secondo me ha dato una vera spinta la film, facendolo diventare ancora più interessante".